
In questo terzo appuntamento…
VENERE
Venere è il secondo pianeta del Sistema Solare in ordine di distanza dal Sole, la sua atmosfera ha una composizione tale da riflettere circa il 70 per cento della luce solare e la distanza a cui si trova da noi non è mai eccessiva, quindi quando risulta osservabile nel cielo, se si escludono il Sole e la Luna, è l’oggetto più luminoso e in condizioni veramente eccezionali è visibile addirittura di giorno.
Per l’osservazione, poiché il pianeta si trova sempre nelle vicinanze del Sole, che con la propria luminosità lo rende difficilmente visibile di giorno, è invece molto brillante, ha l’aspetto di una stella lucentissima di colore giallo-biancastro, subito dopo il tramonto sull’orizzonte ad ovest oppure poco prima dell’alba verso est, per questo conserva quindi i due nomi di Lucifero (stella del mattino) e di Vespero (stella della sera), ma già gli antichi avevano stabilito che Lucifero e Vespero erano lo stesso pianeta.
Per questo pianeta, il fenomeno più interessante che si possa osservare (anche con un piccolo binocolo) è quello delle fasi; un fenomeno che ha avuto grande importanza, anche per l’affermarsi della teoria copernicana. Infatti, Copernico aveva scritto che se l’occhio dell’uomo fosse stato più potente si sarebbero potute vedere le fasi di Venere (naturalmente nel caso che la teoria eliocentrica fosse esatta); con il suo cannocchiale Galilei riuscì a rendere più potente l’occhio umano e osservò per primo le fasi di Venere, simili a quelle della Luna.
Dalle osservazioni di Venere, Galilei ricavò la conferma che le rotazioni dei pianeti avvengono attorno al Sole, come sosteneva Copernico e non attorno alla Terra. Ma siccome questa convinzione contraddiceva le Sacre Scritture, lo scienziato non osò rivelare la sua scoperta: secondo la dotta usanza dei tempi, la affidò a un incomprensibile rompicapo scritto in latino: «Mater Amorum aemulatur Cinthyae figuras». Che vuol dire: «La madre degli amori (cioè Venere) imita le forme di Cinzia (cioè la Luna)». E per di più, da questa frase, ricavò un anagramma: «Haec immatura a me frustra leguntur oy» (Queste cose premature sono da me dette invano), in polemica con i suoi nemici che, più tardi, lo avrebbero costretto all’abiura davanti al Tribunale dell’Inquisizione. (continua…)